FARE LA DIFFERENZA NELLA NOSTRA AZIENDA SAPENDOCI RELAZIONARE CON GLI ALTRI
#2. Apprezzamenti sinceri
“… vi era un uomo, si chiamava Pigmalione. Non riusciva ad amare nessuna donna: diffidava di loro, o era troppo timido per accostarvisi. Le trovava tutte inaffidabili, viziose, vanitose.
Così, siccome era un grande scultore, ebbe un’idea. Si sarebbe creato, da solo, una donna perfetta, che sarebbe stata la sua compagna. La scolpì nell’avorio e, non appena l’opera fu terminata, si innamorò della sua creazione: troppo incantevoli erano le forme candide di quella creatura, troppo sensuale il suo corpo eburneo.
La chiamò Galatea, cioè “bianca come il latte”, e visse con lei come fosse una moglie. La baciava, e gli sembrava che lei ricambiasse i suoi baci. L’accarezzava, e credeva che anche lei l’accarezzasse. Le regalava fiori, le comprava gioielli e tutte quelle altre cose che, come dice Ovidio, «piacciono alle ragazze.» Di notte dormiva al suo fianco, in un grande letto, sotto una coperta rosso porpora.
Venne il giorno della grande festa di Afrodite. Gli incensi fumavano davanti all’altare della dea dell’amore. Pigmalione rimase in piedi, muto, osservando a lungo il simulacro della divinità. Poi disse poche parole, appena sussurrate: «Afrodite, se davvero sei onnipotente, fai che sia mia moglie…» Voleva dire “la statua” ma non ebbe il coraggio di pronunciare quelle parole. E allora disse soltanto: «…qualcuna che le assomigli.»
Pigmalione tornò a casa, nella sua solitudine, rischiarata solo dalla presenza inerte di quel simulacro d’avorio. Ma, quando si avvicinò al letto dove giaceva la statua, si accorse che il petto era diventato morbido, la superficie calda, le labbra si erano accese di un nuovo colore. La statua era viva, il sangue scorreva nelle sue vene. Pigmalione rese grazie alla dea. Che sorrideva benevola dall’Olimpo, vedendo la gioia del suo protetto”
Ieranò Giorgio, Olympos – Ovidio, Metamorfosi libro X 243-295
Ho trascorso l’estate del 2018 completamente immersa nella lettura mitologica. Questa storia affascinante tanto conosciuta nasconde una realtà sempre attuale espressa dall’ “effetto Pigmalione” o “effetto Rosenthal” per essere più “moderni”.
In realtà si tratta di una tesi psicologica secondo la quale, l’apprezzamento fatto da parte di una persona che riveste un ruolo importante all’interno di un contesto sociale quale lavorativo, scolastico, ecc. influisce in modo determinante sulle prestazioni e sulle reazioni di chi le riceve.
Spesso questo approccio viene descritto in ambito scolastico poiché lo studio di Rosenthal è stato effettuato su alcuni bambini di una scuola elementare sottoposti ad un test d’intelligenza. In modo casuale, vennero presi dei bambini ai cui insegnanti fu fatto credere che avessero un’intelligenza sopra la media. La scoperta successiva fù determinante per lo studioso perché al suo ritorno (un anno dopo), Rosenthal vide che il rendimento dei bambini era molto migliorato solo perché gli insegnanti li avevano influenzati con il loro atteggiamento positivo, inconsapevoli che il loro miglioramento fosse determinato da suggestione.
Interessante sapere che questo principio vale in tutti gli ambienti quindi, anche?
Si, anche nelle aziende.
John Dewey, filosofo e pedagogista statunitense, esprimeva qualcosa di simile riguardo la necessità dell’uomo di sentirsi apprezzati. Sosteneva infatti che il bisogno più sentito della natura umana è il “desiderio di sentirsi importanti”.
Ricordando questo concettino contenuto tra le virgolette, avremmo scoperto qualcosa che è sotto i nostri occhi da sempre ma non ne abbiamo mai sperimentato l’efficacia nell’utilizzo, attenzione: a condizione che il complimento sia vero e sincero!
“Quello che tu sei mi grida così forte nelle orecchie che non posso udire ciò che dici”
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R.W. Emerson
I complimenti, le lusinghe sperticate, hanno la caratteristica delle bugie (naso lungo, gambe corte, eh eh!) per cui, l’apprezzamento vero, sincero, che viene dal cuore, è sentito, universalmente riconosciuto ed è sempre ritenuto come qualcosa di positivo.

Questo atteggiamento però, non potrà far parte della nostra natura umana se non impariamo a mettere da parte l’”io” e cominciare a pensare al “tu”. Smettere di pensare a sé stessi, il tempo sufficiente di entrare in empatia con il nostro interlocutore, ci fa apprezzare in modo vero e sincero caratteristiche peculiari mai viste prima, coperte, nascoste dalle nostre limitate vedute.
Provate un po’ ad immaginare il vostro contesto, qualsiasi esso sia. Provate ad usare espressioni gentili nei confronti del vostro interlocutore, anche il meno amabile ai vostri occhi, provate!
“Ah però! Bella cravatta Marco!” – “Bel lavoro, ben fatto Katia!” – “…conosco le tue capacità, sono sicuro che potrai trarre il meglio da questo affare, Giorgio!” – “i miei complimenti per il modo con cui lavori Monica!”….
Sento già aria di gratificazione, voglia di lavorare meglio. Quale vantaggio per l’azienda?
So, thinking about it, …(?)

Piccoli accorgimenti fanno grandi cose.
Per quanto mi riguarda, spero che questo articolo capiti “per caso” (anche se al caso non ci credo) sotto l’occhio del giusto imprenditore, quello che ha voglia di cambiare strategia d’impresa, che mira a trasformare le vecchie politiche ed a spostare lo sguardo dal “solo profitto” a “curo i rapporti interpersonali” o magari, del dipendente che pensa e si esprime male nei confronti del collega, del titolare…
Un punto d’incontro si trova sempre. A volte è più difficile del previsto ma se non si prova non si può mai sapere…c’è solo da guadagnare, in ogni caso.
Una frase letta da un libro mi ha colpita e qui la trascrivo: “Percorrerò questa strada una sola volta; ogni cosa buona che posso fare oppure ogni gentilezza che posso manifestare nei confronti di un altro essere umano, lasciatemela fare subito. Non fatemela rimandare o dimenticare, perché di qui passerò una sola volta”
Alla prossima chicca 😉 e…buon lavoro!
Pamela Bembi for Control Office

Una opinione su "Public relations #2"